Collezione Giuseppe Iannaccone

Opera

Ottone Rosai, , , , 75.5 × 65.5 cm

BIografia

Ottone Rosai

Ottone Rosai nasce a Firenze nel 1895 e muore ad Ivrea nel maggio 1957. Artista precoce, la sua è quasi una vocazione, una necessità: ciascun soggetto “prima ancora di averlo disegnato, lo avverto già vivere nelle sue forme, realizzate dalla mia mente e dai nervi, da sentirmelo quasi uscire dalla punta delle dita”. Nel 1913, a soli diciotto anni, espone a Pistoia le prime acqueforti insieme agli allievi di Celestino Celestini, suo maestro alla scuola libera d’incisione in seguito all’espulsione dall’Accademia. Pochi mesi dopo organizza un’esposizione con Betto Lotti a Firenze, in via Cavour. Poco distante si trova la mostra di “Lacerba”: l’incontro con i futuristi è una rivelazione per il giovane artista, che si fa coinvolgere con entusiasmo dal gruppo. In età matura riconoscerà che “quella lezione fu per me salutare in quanto […] mi misi a ricercare nella pittura quelli che sono i veri scopi e cioè una disciplina di forme e di colori”. Un altro punto fondamentale nella ricerca di Rosai è il disegno “il primo modo per prendere le misure della realtà e addentrarsi in essa: la realtà quotidiana, apparente, prende conformazione solo attraverso una struttura grafica, nello spazio della pagina, obbedendo alla necessità di affrontare il mondo poco per volta, per fotogrammi separati”. Da questa tendenza meditativa nascono fogli dalle composizioni calibrate e analizzate nei minimi dettagli, come questi Giocatori di toppa, nei quali “nulla è casuale o provvisorio”. Le case sullo sfondo creano un gioco di penombre, convogliando l’attenzione sul gruppo di persone in primo piano. I sei “omini” proseguono con calma il loro passatempo senza curarsi della presenza delle due maschere arcigne, fra cui quella col naso alla Cyrano sembra la più grottesca. Questi omini sono gli stessi che popolano anche la piccola Attesa. Edoardo Persico scrisse: “La figura di Rosai vi apparirà fuor delle vignette di cui si è compiaciuto il nuovo bozzettismo toscano. A noi, questo popolano, più che un becero stravagante, sembra il fratello di tutti coloro che nell’inferno della guerra e nel purgatorio della pace hanno cercato, pur fra le miserie e le colpe, la consistenza di un mondo nuovo”. Nel 1922, Ottone Rosai perde il padre che, a causa dei debiti, si suicida nell’Arno e gli rende omaggio con un ritratto capolavoro intitolato l’Artigiano. Nel rigore assoluto come in una scultura di legno, abbozza un sorriso fatto di una dolcezza assorta e tenera. Carissimo Ardengo, scusa se ti scrivo un po’ in ritardo, ma credi che ancora non respiro. O’ dovuto decidermi, almeno per il momento, a darmi tutto al negozio e agli affari, data la poca competenza di mio fratello. Le onoranze funebri riuscirono molto bene, gli amici risposero con molto affetto alla bisogna e credi che solo in questa circostanza ò dovuto persuadermi che qualcuno esiste sempre, intorno a noi. Certo non è facile ristabilire un certo equilibrio, ma date le mie energie spero riuscirci e non solo, ma ò anche nuovi progetti che ti comunicherò a voce. Per parte mia intendo a tutti i costi che l’arte e il nome di mio padre, al quale io consacravo una specie di adorazione, non finisca in un suicidio. In casa, puoi immaginare da te, cosa sia vvenuto, ma anche qui spero rimediare mediante una continua attenzione. Mio padre riuscii ad esporlo nella cappella di S.M. Nuova, fu un continuo affluire di gente, di amici e conoscenti, gli furono donate 5 corone: una di Vallecchi, che credi è un gran gentiluomo, una di un Conte russo, una degli amici e colleghi di mio padre…e alla sera alle 5, all’ora del trasporto, più di un centinaio di amici seguirono e divisero con noi il nostro dolore…” L’attitudine di Rosai a descrivere con tenerezza l’epicità e la poesia del quotidiano sfiora i confini della commozione come nel caso dei due Innamorati del 1934 che procedono abbracciandosi, senza che nulla li turbi e in perfetta armonia con il paesaggio, che perde qui ogni connotazione concreta per divenire luogo mentale ed emotivo. Una tenera luce riscalda la scena e rasserena il cielo.

Opera

Ottone Rosai, , , , 70 × 49.7 cm

BIografia

Ottone Rosai

Ottone Rosai nasce a Firenze nel 1895 e muore ad Ivrea nel maggio 1957. Artista precoce, la sua è quasi una vocazione, una necessità: ciascun soggetto “prima ancora di averlo disegnato, lo avverto già vivere nelle sue forme, realizzate dalla mia mente e dai nervi, da sentirmelo quasi uscire dalla punta delle dita”. Nel 1913, a soli diciotto anni, espone a Pistoia le prime acqueforti insieme agli allievi di Celestino Celestini, suo maestro alla scuola libera d’incisione in seguito all’espulsione dall’Accademia. Pochi mesi dopo organizza un’esposizione con Betto Lotti a Firenze, in via Cavour. Poco distante si trova la mostra di “Lacerba”: l’incontro con i futuristi è una rivelazione per il giovane artista, che si fa coinvolgere con entusiasmo dal gruppo. In età matura riconoscerà che “quella lezione fu per me salutare in quanto […] mi misi a ricercare nella pittura quelli che sono i veri scopi e cioè una disciplina di forme e di colori”. Un altro punto fondamentale nella ricerca di Rosai è il disegno “il primo modo per prendere le misure della realtà e addentrarsi in essa: la realtà quotidiana, apparente, prende conformazione solo attraverso una struttura grafica, nello spazio della pagina, obbedendo alla necessità di affrontare il mondo poco per volta, per fotogrammi separati”. Da questa tendenza meditativa nascono fogli dalle composizioni calibrate e analizzate nei minimi dettagli, come questi Giocatori di toppa, nei quali “nulla è casuale o provvisorio”. Le case sullo sfondo creano un gioco di penombre, convogliando l’attenzione sul gruppo di persone in primo piano. I sei “omini” proseguono con calma il loro passatempo senza curarsi della presenza delle due maschere arcigne, fra cui quella col naso alla Cyrano sembra la più grottesca. Questi omini sono gli stessi che popolano anche la piccola Attesa. Edoardo Persico scrisse: “La figura di Rosai vi apparirà fuor delle vignette di cui si è compiaciuto il nuovo bozzettismo toscano. A noi, questo popolano, più che un becero stravagante, sembra il fratello di tutti coloro che nell’inferno della guerra e nel purgatorio della pace hanno cercato, pur fra le miserie e le colpe, la consistenza di un mondo nuovo”. Nel 1922, Ottone Rosai perde il padre che, a causa dei debiti, si suicida nell’Arno e gli rende omaggio con un ritratto capolavoro intitolato l’Artigiano. Nel rigore assoluto come in una scultura di legno, abbozza un sorriso fatto di una dolcezza assorta e tenera. Carissimo Ardengo, scusa se ti scrivo un po’ in ritardo, ma credi che ancora non respiro. O’ dovuto decidermi, almeno per il momento, a darmi tutto al negozio e agli affari, data la poca competenza di mio fratello. Le onoranze funebri riuscirono molto bene, gli amici risposero con molto affetto alla bisogna e credi che solo in questa circostanza ò dovuto persuadermi che qualcuno esiste sempre, intorno a noi. Certo non è facile ristabilire un certo equilibrio, ma date le mie energie spero riuscirci e non solo, ma ò anche nuovi progetti che ti comunicherò a voce. Per parte mia intendo a tutti i costi che l’arte e il nome di mio padre, al quale io consacravo una specie di adorazione, non finisca in un suicidio. In casa, puoi immaginare da te, cosa sia vvenuto, ma anche qui spero rimediare mediante una continua attenzione. Mio padre riuscii ad esporlo nella cappella di S.M. Nuova, fu un continuo affluire di gente, di amici e conoscenti, gli furono donate 5 corone: una di Vallecchi, che credi è un gran gentiluomo, una di un Conte russo, una degli amici e colleghi di mio padre…e alla sera alle 5, all’ora del trasporto, più di un centinaio di amici seguirono e divisero con noi il nostro dolore…” L’attitudine di Rosai a descrivere con tenerezza l’epicità e la poesia del quotidiano sfiora i confini della commozione come nel caso dei due Innamorati del 1934 che procedono abbracciandosi, senza che nulla li turbi e in perfetta armonia con il paesaggio, che perde qui ogni connotazione concreta per divenire luogo mentale ed emotivo. Una tenera luce riscalda la scena e rasserena il cielo.

Opera

Ottone Rosai, , , , 62.3 × 46.5 cm

BIografia

Ottone Rosai

Ottone Rosai nasce a Firenze nel 1895 e muore ad Ivrea nel maggio 1957. Artista precoce, la sua è quasi una vocazione, una necessità: ciascun soggetto “prima ancora di averlo disegnato, lo avverto già vivere nelle sue forme, realizzate dalla mia mente e dai nervi, da sentirmelo quasi uscire dalla punta delle dita”. Nel 1913, a soli diciotto anni, espone a Pistoia le prime acqueforti insieme agli allievi di Celestino Celestini, suo maestro alla scuola libera d’incisione in seguito all’espulsione dall’Accademia. Pochi mesi dopo organizza un’esposizione con Betto Lotti a Firenze, in via Cavour. Poco distante si trova la mostra di “Lacerba”: l’incontro con i futuristi è una rivelazione per il giovane artista, che si fa coinvolgere con entusiasmo dal gruppo. In età matura riconoscerà che “quella lezione fu per me salutare in quanto […] mi misi a ricercare nella pittura quelli che sono i veri scopi e cioè una disciplina di forme e di colori”. Un altro punto fondamentale nella ricerca di Rosai è il disegno “il primo modo per prendere le misure della realtà e addentrarsi in essa: la realtà quotidiana, apparente, prende conformazione solo attraverso una struttura grafica, nello spazio della pagina, obbedendo alla necessità di affrontare il mondo poco per volta, per fotogrammi separati”. Da questa tendenza meditativa nascono fogli dalle composizioni calibrate e analizzate nei minimi dettagli, come questi Giocatori di toppa, nei quali “nulla è casuale o provvisorio”. Le case sullo sfondo creano un gioco di penombre, convogliando l’attenzione sul gruppo di persone in primo piano. I sei “omini” proseguono con calma il loro passatempo senza curarsi della presenza delle due maschere arcigne, fra cui quella col naso alla Cyrano sembra la più grottesca. Questi omini sono gli stessi che popolano anche la piccola Attesa. Edoardo Persico scrisse: “La figura di Rosai vi apparirà fuor delle vignette di cui si è compiaciuto il nuovo bozzettismo toscano. A noi, questo popolano, più che un becero stravagante, sembra il fratello di tutti coloro che nell’inferno della guerra e nel purgatorio della pace hanno cercato, pur fra le miserie e le colpe, la consistenza di un mondo nuovo”. Nel 1922, Ottone Rosai perde il padre che, a causa dei debiti, si suicida nell’Arno e gli rende omaggio con un ritratto capolavoro intitolato l’Artigiano. Nel rigore assoluto come in una scultura di legno, abbozza un sorriso fatto di una dolcezza assorta e tenera. Carissimo Ardengo, scusa se ti scrivo un po’ in ritardo, ma credi che ancora non respiro. O’ dovuto decidermi, almeno per il momento, a darmi tutto al negozio e agli affari, data la poca competenza di mio fratello. Le onoranze funebri riuscirono molto bene, gli amici risposero con molto affetto alla bisogna e credi che solo in questa circostanza ò dovuto persuadermi che qualcuno esiste sempre, intorno a noi. Certo non è facile ristabilire un certo equilibrio, ma date le mie energie spero riuscirci e non solo, ma ò anche nuovi progetti che ti comunicherò a voce. Per parte mia intendo a tutti i costi che l’arte e il nome di mio padre, al quale io consacravo una specie di adorazione, non finisca in un suicidio. In casa, puoi immaginare da te, cosa sia vvenuto, ma anche qui spero rimediare mediante una continua attenzione. Mio padre riuscii ad esporlo nella cappella di S.M. Nuova, fu un continuo affluire di gente, di amici e conoscenti, gli furono donate 5 corone: una di Vallecchi, che credi è un gran gentiluomo, una di un Conte russo, una degli amici e colleghi di mio padre…e alla sera alle 5, all’ora del trasporto, più di un centinaio di amici seguirono e divisero con noi il nostro dolore…” L’attitudine di Rosai a descrivere con tenerezza l’epicità e la poesia del quotidiano sfiora i confini della commozione come nel caso dei due Innamorati del 1934 che procedono abbracciandosi, senza che nulla li turbi e in perfetta armonia con il paesaggio, che perde qui ogni connotazione concreta per divenire luogo mentale ed emotivo. Una tenera luce riscalda la scena e rasserena il cielo.

Opera

Ottone Rosai, , , , 29 × 32 cm

BIografia

Ottone Rosai

Ottone Rosai nasce a Firenze nel 1895 e muore ad Ivrea nel maggio 1957. Artista precoce, la sua è quasi una vocazione, una necessità: ciascun soggetto “prima ancora di averlo disegnato, lo avverto già vivere nelle sue forme, realizzate dalla mia mente e dai nervi, da sentirmelo quasi uscire dalla punta delle dita”. Nel 1913, a soli diciotto anni, espone a Pistoia le prime acqueforti insieme agli allievi di Celestino Celestini, suo maestro alla scuola libera d’incisione in seguito all’espulsione dall’Accademia. Pochi mesi dopo organizza un’esposizione con Betto Lotti a Firenze, in via Cavour. Poco distante si trova la mostra di “Lacerba”: l’incontro con i futuristi è una rivelazione per il giovane artista, che si fa coinvolgere con entusiasmo dal gruppo. In età matura riconoscerà che “quella lezione fu per me salutare in quanto […] mi misi a ricercare nella pittura quelli che sono i veri scopi e cioè una disciplina di forme e di colori”. Un altro punto fondamentale nella ricerca di Rosai è il disegno “il primo modo per prendere le misure della realtà e addentrarsi in essa: la realtà quotidiana, apparente, prende conformazione solo attraverso una struttura grafica, nello spazio della pagina, obbedendo alla necessità di affrontare il mondo poco per volta, per fotogrammi separati”. Da questa tendenza meditativa nascono fogli dalle composizioni calibrate e analizzate nei minimi dettagli, come questi Giocatori di toppa, nei quali “nulla è casuale o provvisorio”. Le case sullo sfondo creano un gioco di penombre, convogliando l’attenzione sul gruppo di persone in primo piano. I sei “omini” proseguono con calma il loro passatempo senza curarsi della presenza delle due maschere arcigne, fra cui quella col naso alla Cyrano sembra la più grottesca. Questi omini sono gli stessi che popolano anche la piccola Attesa. Edoardo Persico scrisse: “La figura di Rosai vi apparirà fuor delle vignette di cui si è compiaciuto il nuovo bozzettismo toscano. A noi, questo popolano, più che un becero stravagante, sembra il fratello di tutti coloro che nell’inferno della guerra e nel purgatorio della pace hanno cercato, pur fra le miserie e le colpe, la consistenza di un mondo nuovo”. Nel 1922, Ottone Rosai perde il padre che, a causa dei debiti, si suicida nell’Arno e gli rende omaggio con un ritratto capolavoro intitolato l’Artigiano. Nel rigore assoluto come in una scultura di legno, abbozza un sorriso fatto di una dolcezza assorta e tenera. Carissimo Ardengo, scusa se ti scrivo un po’ in ritardo, ma credi che ancora non respiro. O’ dovuto decidermi, almeno per il momento, a darmi tutto al negozio e agli affari, data la poca competenza di mio fratello. Le onoranze funebri riuscirono molto bene, gli amici risposero con molto affetto alla bisogna e credi che solo in questa circostanza ò dovuto persuadermi che qualcuno esiste sempre, intorno a noi. Certo non è facile ristabilire un certo equilibrio, ma date le mie energie spero riuscirci e non solo, ma ò anche nuovi progetti che ti comunicherò a voce. Per parte mia intendo a tutti i costi che l’arte e il nome di mio padre, al quale io consacravo una specie di adorazione, non finisca in un suicidio. In casa, puoi immaginare da te, cosa sia vvenuto, ma anche qui spero rimediare mediante una continua attenzione. Mio padre riuscii ad esporlo nella cappella di S.M. Nuova, fu un continuo affluire di gente, di amici e conoscenti, gli furono donate 5 corone: una di Vallecchi, che credi è un gran gentiluomo, una di un Conte russo, una degli amici e colleghi di mio padre…e alla sera alle 5, all’ora del trasporto, più di un centinaio di amici seguirono e divisero con noi il nostro dolore…” L’attitudine di Rosai a descrivere con tenerezza l’epicità e la poesia del quotidiano sfiora i confini della commozione come nel caso dei due Innamorati del 1934 che procedono abbracciandosi, senza che nulla li turbi e in perfetta armonia con il paesaggio, che perde qui ogni connotazione concreta per divenire luogo mentale ed emotivo. Una tenera luce riscalda la scena e rasserena il cielo.

Opera

Ottone Rosai, , , , 43 × 33.5 cm

BIografia

Ottone Rosai

Ottone Rosai nasce a Firenze nel 1895 e muore ad Ivrea nel maggio 1957. Artista precoce, la sua è quasi una vocazione, una necessità: ciascun soggetto “prima ancora di averlo disegnato, lo avverto già vivere nelle sue forme, realizzate dalla mia mente e dai nervi, da sentirmelo quasi uscire dalla punta delle dita”. Nel 1913, a soli diciotto anni, espone a Pistoia le prime acqueforti insieme agli allievi di Celestino Celestini, suo maestro alla scuola libera d’incisione in seguito all’espulsione dall’Accademia. Pochi mesi dopo organizza un’esposizione con Betto Lotti a Firenze, in via Cavour. Poco distante si trova la mostra di “Lacerba”: l’incontro con i futuristi è una rivelazione per il giovane artista, che si fa coinvolgere con entusiasmo dal gruppo. In età matura riconoscerà che “quella lezione fu per me salutare in quanto […] mi misi a ricercare nella pittura quelli che sono i veri scopi e cioè una disciplina di forme e di colori”. Un altro punto fondamentale nella ricerca di Rosai è il disegno “il primo modo per prendere le misure della realtà e addentrarsi in essa: la realtà quotidiana, apparente, prende conformazione solo attraverso una struttura grafica, nello spazio della pagina, obbedendo alla necessità di affrontare il mondo poco per volta, per fotogrammi separati”. Da questa tendenza meditativa nascono fogli dalle composizioni calibrate e analizzate nei minimi dettagli, come questi Giocatori di toppa, nei quali “nulla è casuale o provvisorio”. Le case sullo sfondo creano un gioco di penombre, convogliando l’attenzione sul gruppo di persone in primo piano. I sei “omini” proseguono con calma il loro passatempo senza curarsi della presenza delle due maschere arcigne, fra cui quella col naso alla Cyrano sembra la più grottesca. Questi omini sono gli stessi che popolano anche la piccola Attesa. Edoardo Persico scrisse: “La figura di Rosai vi apparirà fuor delle vignette di cui si è compiaciuto il nuovo bozzettismo toscano. A noi, questo popolano, più che un becero stravagante, sembra il fratello di tutti coloro che nell’inferno della guerra e nel purgatorio della pace hanno cercato, pur fra le miserie e le colpe, la consistenza di un mondo nuovo”. Nel 1922, Ottone Rosai perde il padre che, a causa dei debiti, si suicida nell’Arno e gli rende omaggio con un ritratto capolavoro intitolato l’Artigiano. Nel rigore assoluto come in una scultura di legno, abbozza un sorriso fatto di una dolcezza assorta e tenera. Carissimo Ardengo, scusa se ti scrivo un po’ in ritardo, ma credi che ancora non respiro. O’ dovuto decidermi, almeno per il momento, a darmi tutto al negozio e agli affari, data la poca competenza di mio fratello. Le onoranze funebri riuscirono molto bene, gli amici risposero con molto affetto alla bisogna e credi che solo in questa circostanza ò dovuto persuadermi che qualcuno esiste sempre, intorno a noi. Certo non è facile ristabilire un certo equilibrio, ma date le mie energie spero riuscirci e non solo, ma ò anche nuovi progetti che ti comunicherò a voce. Per parte mia intendo a tutti i costi che l’arte e il nome di mio padre, al quale io consacravo una specie di adorazione, non finisca in un suicidio. In casa, puoi immaginare da te, cosa sia vvenuto, ma anche qui spero rimediare mediante una continua attenzione. Mio padre riuscii ad esporlo nella cappella di S.M. Nuova, fu un continuo affluire di gente, di amici e conoscenti, gli furono donate 5 corone: una di Vallecchi, che credi è un gran gentiluomo, una di un Conte russo, una degli amici e colleghi di mio padre…e alla sera alle 5, all’ora del trasporto, più di un centinaio di amici seguirono e divisero con noi il nostro dolore…” L’attitudine di Rosai a descrivere con tenerezza l’epicità e la poesia del quotidiano sfiora i confini della commozione come nel caso dei due Innamorati del 1934 che procedono abbracciandosi, senza che nulla li turbi e in perfetta armonia con il paesaggio, che perde qui ogni connotazione concreta per divenire luogo mentale ed emotivo. Una tenera luce riscalda la scena e rasserena il cielo.

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Ottone Rosai, , , , 49 × 69 cm

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Ottone Rosai nasce a Firenze nel 1895 e muore ad Ivrea nel maggio 1957. Artista precoce, la sua è quasi una vocazione, una necessità: ciascun soggetto “prima ancora di averlo disegnato, lo avverto già vivere nelle sue forme, realizzate dalla mia mente e dai nervi, da sentirmelo quasi uscire dalla punta delle dita”. Nel 1913, a soli diciotto anni, espone a Pistoia le prime acqueforti insieme agli allievi di Celestino Celestini, suo maestro alla scuola libera d’incisione in seguito all’espulsione dall’Accademia. Pochi mesi dopo organizza un’esposizione con Betto Lotti a Firenze, in via Cavour. Poco distante si trova la mostra di “Lacerba”: l’incontro con i futuristi è una rivelazione per il giovane artista, che si fa coinvolgere con entusiasmo dal gruppo. In età matura riconoscerà che “quella lezione fu per me salutare in quanto […] mi misi a ricercare nella pittura quelli che sono i veri scopi e cioè una disciplina di forme e di colori”. Un altro punto fondamentale nella ricerca di Rosai è il disegno “il primo modo per prendere le misure della realtà e addentrarsi in essa: la realtà quotidiana, apparente, prende conformazione solo attraverso una struttura grafica, nello spazio della pagina, obbedendo alla necessità di affrontare il mondo poco per volta, per fotogrammi separati”. Da questa tendenza meditativa nascono fogli dalle composizioni calibrate e analizzate nei minimi dettagli, come questi Giocatori di toppa, nei quali “nulla è casuale o provvisorio”. Le case sullo sfondo creano un gioco di penombre, convogliando l’attenzione sul gruppo di persone in primo piano. I sei “omini” proseguono con calma il loro passatempo senza curarsi della presenza delle due maschere arcigne, fra cui quella col naso alla Cyrano sembra la più grottesca. Questi omini sono gli stessi che popolano anche la piccola Attesa. Edoardo Persico scrisse: “La figura di Rosai vi apparirà fuor delle vignette di cui si è compiaciuto il nuovo bozzettismo toscano. A noi, questo popolano, più che un becero stravagante, sembra il fratello di tutti coloro che nell’inferno della guerra e nel purgatorio della pace hanno cercato, pur fra le miserie e le colpe, la consistenza di un mondo nuovo”. Nel 1922, Ottone Rosai perde il padre che, a causa dei debiti, si suicida nell’Arno e gli rende omaggio con un ritratto capolavoro intitolato l’Artigiano. Nel rigore assoluto come in una scultura di legno, abbozza un sorriso fatto di una dolcezza assorta e tenera. Carissimo Ardengo, scusa se ti scrivo un po’ in ritardo, ma credi che ancora non respiro. O’ dovuto decidermi, almeno per il momento, a darmi tutto al negozio e agli affari, data la poca competenza di mio fratello. Le onoranze funebri riuscirono molto bene, gli amici risposero con molto affetto alla bisogna e credi che solo in questa circostanza ò dovuto persuadermi che qualcuno esiste sempre, intorno a noi. Certo non è facile ristabilire un certo equilibrio, ma date le mie energie spero riuscirci e non solo, ma ò anche nuovi progetti che ti comunicherò a voce. Per parte mia intendo a tutti i costi che l’arte e il nome di mio padre, al quale io consacravo una specie di adorazione, non finisca in un suicidio. In casa, puoi immaginare da te, cosa sia vvenuto, ma anche qui spero rimediare mediante una continua attenzione. Mio padre riuscii ad esporlo nella cappella di S.M. Nuova, fu un continuo affluire di gente, di amici e conoscenti, gli furono donate 5 corone: una di Vallecchi, che credi è un gran gentiluomo, una di un Conte russo, una degli amici e colleghi di mio padre…e alla sera alle 5, all’ora del trasporto, più di un centinaio di amici seguirono e divisero con noi il nostro dolore…” L’attitudine di Rosai a descrivere con tenerezza l’epicità e la poesia del quotidiano sfiora i confini della commozione come nel caso dei due Innamorati del 1934 che procedono abbracciandosi, senza che nulla li turbi e in perfetta armonia con il paesaggio, che perde qui ogni connotazione concreta per divenire luogo mentale ed emotivo. Una tenera luce riscalda la scena e rasserena il cielo.