Collezione Giuseppe Iannaccone

Opera

Wangechi Mutu, , , , 190.5 × 104.1 cm

BIografia

Wangechi Mutu

Wangechi Mutu è nata nel 1972 a Nairobi in Kenya. Nel 1990 l’artista si trasferisce dalla sua città natale a New York dove ancora oggi vive e lavora. La sua produzione artistica in un primo momento è caratterizzata da semplici schizzi in bianco e nero, poi verte sulla pittura, per poi elaborare composizioni di collages sempre più particolari anche grazie all’uso di materiali differenti; infine approda alle installazioni. Le opere della Mutu sono tutte costruite attorno al corpo femminile: rovesciato, dilatato, mistificato, amputato o riconfigurato mescolando particolari etnici e identitari eterogenei. Il corpo femminile rappresenta quel naturale punto di partenza, in quanto considerato dall’artista keniota il “luogo” privilegiato dello scontro politico e culturale; come afferma la Mutu: “il corpo femminile porta su se stesso i segni della propria cultura più di quanto faccia quello maschile (…) il corpo devastato della donna è esposto a una vulnerabilità sociale che risulta implacabile”. In greco la parola “trauma” denota letteralmente una “ferita”: il termine che riconduce alla corporalità, fornisce anche una metafora per identificare una sofferenza psicologica; la ferita che apre un fessura nella pelle rappresenta simbolicamente il trauma. Il collage è la tecnica utilizzata da Wangechi Mutu per creare un sovvertimento dell’immagine, evocando concetti di frammentazione e stratificazione; i primi lavori sono realizzati con i ritagli dalle riviste contemporanee che l’artista considera emblematiche della società che le produce. L’artista non pone limiti all’assemblaggio: combina immagini tradizionali a pagine ritagliate dai giornali di moda come Vogue, così come dal National Geographic e da altri magazine, cartoline africane e ritagli di riviste pornografiche; il tutto associato a glitter, perle e lustrini che rendono visivamente preziosa la composizione. Rappresentano ciò che quella comunità ha mangiato, digerito e, finalmente, espulso in termini di cultura sociale e politica come in tutte le opere in collezione Iannaccone. Untitled del 2004 in particolare raffigua una donna di colore che si siede con le gambe incrociate su un agglomerato di luce, erba e farfalle. Dalla sua testa, coronata da una scultura africana arcaica, si ramificano delle gambe di ragno. In una mano tiene un serpente con la testa sezionata, da cui fuoriesce un fiotto di sangue. “Dal momento che io sono nera, molti danno per scontato che io parli solo delle donne nere. (…) Per qualche misteriosa ragione, che sarebbe interessante da indagare, la tendenza a confondere l’artista con la sua opera si fa più marcata se l’artista è nero. (…) Ma, in tutta franchezza, non credo che abbia senso nel presente, insistere ancora su certe contrapposizioni”.

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Artista: Wangechi Mutu

Wangechi Mutu
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Wangechi Mutu, , , , 40.6 × 27.9 cm

BIografia

Wangechi Mutu

Wangechi Mutu è nata nel 1972 a Nairobi in Kenya. Nel 1990 l’artista si trasferisce dalla sua città natale a New York dove ancora oggi vive e lavora. La sua produzione artistica in un primo momento è caratterizzata da semplici schizzi in bianco e nero, poi verte sulla pittura, per poi elaborare composizioni di collages sempre più particolari anche grazie all’uso di materiali differenti; infine approda alle installazioni. Le opere della Mutu sono tutte costruite attorno al corpo femminile: rovesciato, dilatato, mistificato, amputato o riconfigurato mescolando particolari etnici e identitari eterogenei. Il corpo femminile rappresenta quel naturale punto di partenza, in quanto considerato dall’artista keniota il “luogo” privilegiato dello scontro politico e culturale; come afferma la Mutu: “il corpo femminile porta su se stesso i segni della propria cultura più di quanto faccia quello maschile (…) il corpo devastato della donna è esposto a una vulnerabilità sociale che risulta implacabile”. In greco la parola “trauma” denota letteralmente una “ferita”: il termine che riconduce alla corporalità, fornisce anche una metafora per identificare una sofferenza psicologica; la ferita che apre un fessura nella pelle rappresenta simbolicamente il trauma. Il collage è la tecnica utilizzata da Wangechi Mutu per creare un sovvertimento dell’immagine, evocando concetti di frammentazione e stratificazione; i primi lavori sono realizzati con i ritagli dalle riviste contemporanee che l’artista considera emblematiche della società che le produce. L’artista non pone limiti all’assemblaggio: combina immagini tradizionali a pagine ritagliate dai giornali di moda come Vogue, così come dal National Geographic e da altri magazine, cartoline africane e ritagli di riviste pornografiche; il tutto associato a glitter, perle e lustrini che rendono visivamente preziosa la composizione. Rappresentano ciò che quella comunità ha mangiato, digerito e, finalmente, espulso in termini di cultura sociale e politica come in tutte le opere in collezione Iannaccone. Untitled del 2004 in particolare raffigua una donna di colore che si siede con le gambe incrociate su un agglomerato di luce, erba e farfalle. Dalla sua testa, coronata da una scultura africana arcaica, si ramificano delle gambe di ragno. In una mano tiene un serpente con la testa sezionata, da cui fuoriesce un fiotto di sangue. “Dal momento che io sono nera, molti danno per scontato che io parli solo delle donne nere. (…) Per qualche misteriosa ragione, che sarebbe interessante da indagare, la tendenza a confondere l’artista con la sua opera si fa più marcata se l’artista è nero. (…) Ma, in tutta franchezza, non credo che abbia senso nel presente, insistere ancora su certe contrapposizioni”.

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Wangechi Mutu, , , , 84 × 61 cm

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Wangechi Mutu è nata nel 1972 a Nairobi in Kenya. Nel 1990 l’artista si trasferisce dalla sua città natale a New York dove ancora oggi vive e lavora. La sua produzione artistica in un primo momento è caratterizzata da semplici schizzi in bianco e nero, poi verte sulla pittura, per poi elaborare composizioni di collages sempre più particolari anche grazie all’uso di materiali differenti; infine approda alle installazioni. Le opere della Mutu sono tutte costruite attorno al corpo femminile: rovesciato, dilatato, mistificato, amputato o riconfigurato mescolando particolari etnici e identitari eterogenei. Il corpo femminile rappresenta quel naturale punto di partenza, in quanto considerato dall’artista keniota il “luogo” privilegiato dello scontro politico e culturale; come afferma la Mutu: “il corpo femminile porta su se stesso i segni della propria cultura più di quanto faccia quello maschile (…) il corpo devastato della donna è esposto a una vulnerabilità sociale che risulta implacabile”. In greco la parola “trauma” denota letteralmente una “ferita”: il termine che riconduce alla corporalità, fornisce anche una metafora per identificare una sofferenza psicologica; la ferita che apre un fessura nella pelle rappresenta simbolicamente il trauma. Il collage è la tecnica utilizzata da Wangechi Mutu per creare un sovvertimento dell’immagine, evocando concetti di frammentazione e stratificazione; i primi lavori sono realizzati con i ritagli dalle riviste contemporanee che l’artista considera emblematiche della società che le produce. L’artista non pone limiti all’assemblaggio: combina immagini tradizionali a pagine ritagliate dai giornali di moda come Vogue, così come dal National Geographic e da altri magazine, cartoline africane e ritagli di riviste pornografiche; il tutto associato a glitter, perle e lustrini che rendono visivamente preziosa la composizione. Rappresentano ciò che quella comunità ha mangiato, digerito e, finalmente, espulso in termini di cultura sociale e politica come in tutte le opere in collezione Iannaccone. Untitled del 2004 in particolare raffigua una donna di colore che si siede con le gambe incrociate su un agglomerato di luce, erba e farfalle. Dalla sua testa, coronata da una scultura africana arcaica, si ramificano delle gambe di ragno. In una mano tiene un serpente con la testa sezionata, da cui fuoriesce un fiotto di sangue. “Dal momento che io sono nera, molti danno per scontato che io parli solo delle donne nere. (…) Per qualche misteriosa ragione, che sarebbe interessante da indagare, la tendenza a confondere l’artista con la sua opera si fa più marcata se l’artista è nero. (…) Ma, in tutta franchezza, non credo che abbia senso nel presente, insistere ancora su certe contrapposizioni”.

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